I dieci migliori album del 2010 di Rolling Stone USA

27/12/2010 § Lascia un commento


da:
rollingstonemagazine.it

10. LCD Soundsystem, "This Is Happening"


James Murphy ha chiamato a raccolta le sue truppe funk-punk per un album di rottura, molto impegnativo, portando fuori tutte le macerie emotive con l’aiuto alle tastiere scintillanti di Nancy Whang e le titaniche parti di batteria di Pat Mahoney. Murphy nell’album testimonia, fra l’altro, di amori finiti male (I Can Change) sopra una moltitudine di stilemi dance elettronici differenti, con la superhit dall’effetto straniante Drunk Girls che offre un motto per tutti gli amanti casuali di ogni parte del mondo: "I believe in waking up toghether".

9. Eminem, "Ricovery"

"Siamo onesti, questo ultimo cd, Relapse era… ummm", rappa Eminem in Ricovery, il che significava essere al giro d’onore dopo i periodi in clinica che il tristanzuolo Relapse non rasentava nemmeno a raggiungere. Dominatore delle radio, Eminem è tornato al top nel 2010, ma è anche più vecchio e assennato: un padre spaventato che è passato indenne dall’inferno della dipendenza da farmaci, mantenendo intatte le sue enormi abilità di fare rime.
Quando promette di rimanere nella hit Not Afraid, sappiate che quell’uomo lì è ostinatamente serio.

8. Robert Plant, "Band of Joy"

Continuate ad aspettare, ma Jimmy Page non sta tornando. Plant con Band of Joy ha continuato a seguire il solco tracciato dal trasognato e ancestrale Raising Sand (2007), con un album se possibile ancora più estremo e seminale: Plant e il chitarrista leader Buddy Miller, regalandoci canzoni antiche che prendono strade tangenti moderne, il tutto con i guanti neri, dall’espolorazione psichedelica del blues e del country, con cover dei Los Lobos, Townes Van Zandt, lo slow-core del Low e gospel di dominio pubblico come se fossero tappe sulla vera strada del nirvana.

7. Drake, "Thank Me Later"

Arrivato dopo tre anni di mixtape, ospitate in album altrui e un’onda di hype abnorme, il primo disco dell’attore canadese diventato rapper consegna ai posteri pezzi dai beat sontuosi, rime che tagliano l’aria e introspezione sfumata. Il flow rilassante, pieno d’anima di Drake ha dato alla luce riflessioni da giorno dopo sulla vita una connotazione ironica. E’ la star definitiva della torturata era hip-hop post-kanye: un tipo che non può nemmeno decidere se può "provarci per quattro giorni a far soldi" è uno sborone o un depresso.

6. Vampire Weekend, "Contra"

Contra è l’album dove i Vampire Weekend hanno scoperto di poter fare in pratica quasiasi cosa: dub, meraviglie downtempo, pseudo-punk sferragliato, riff di chitarra africana, coretti alla moda, canzoni dalle rime wow tipo orchata-aranciata-masada. Ezra Koenig scrive canzoni dense dense sugli amori giovanili e i conflitti nel terzo mondo, anche se poco importa quanto sia diventato meditativo, le sue abilità melodiche non lo hanno mai abbandonato: raramente si sentono canzoni così allegre o e nemmeno sembrano riuscire a concentrarle così velocemente. Quando poi si raggiungono la ballad spaziale "i Think UR Contra o si lascia che un testo come Your sword’s grown old and rusty/Burnt beneath the rising sun ti entri in testa, capisci che questi ragazzi sono molto più vicini al piacere assoluto di qualsiasi altro.

5. Jamie Johnson, "The Guitar Song"

Cosa diavolo tiene Jamey Johnson sotto sutti quei capelli? Canzoni. L’album piu burbero e ruvido della stella di Nashville è anche anche quello più tradizionalista, e Johnson sembra essere diventato una specie di professionista della Music Row adatto ad ogni stagione emozionale. Di emozioni – e di canzoni – Johnson ne ha partorite un’intera nidiata, venticinque per l’esattezza per la durata di 105 minuti, per il suo quarto disco (il primo doppio): comfessioni acustice e scabrosi boogie blues la fanno da padrona in questo disco che sembra essere in assoluto il suo migliore.

4. Arcade Fire, The Suburbs

Tenete a mente che gli Arcade Fire non fanno mai niente in piccolo – così lasciate che il collettivo di Montreal faccia un album di vasto e orchestrale rock che colloca la battaglia per l’anima umana fra grandi case e prati enormi. The Suburbs non è di certo l’abum più sperimentale della band: basta ascoltare la velocita psicotica degli accordi in Empty Room, il saltellare come se fossimo su un toro meccanico di Month of May, l’eclettico synth-pop disco di Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)." win BUtler e sua moglie, Regine Chassagne, cantano la noia suburbana, la paura del cambiamento e vogliono fare un figlio – amano regalare momenti di intimità al pubblico delle arene e cercando il bello ovunque guardino.

3. Elton John and Leon Russell, "The Union"

Due veri giganti del rock, uno abbondantemente perso nel dimenticatoio, che rinnovano una amicizia e fanno musica che raggiunge i loro apici. T Bone Burnett si spreca dietro il mixer, grazie a un lavoro fra i più spettacolari mai fatto dietro al mixer dall’ "ossuto" producer. In ultima analisi, è la voce di Russell che brilla più luminosa, volteggiando sulla intera storia della musica popolare americana con il suo cantato vulnerabile e trattenuto.

2. The Black Keys, "Brothers"

Il duo ha "cucinato" il suo miglior album in assoluto: pezzi brillanti messi a nudo e massaggiati ben benino, con macchie di colore e ancore di salvataggio che emergono da fratture scomposte. "Howlin’ for You" spalma un blues nodoso su di un beat glam scopiazzato da "Rock and Roll part. 2" di Gary Glitter, mentre una cover della hit spaccacuore di Jerry Butler, Never Give Up, porta il falsetto da soulman consumato di Dan Auerbach ad un livello più alto. Puro minimalismo rock spinto all’apice.


1. Kanye West, "My Beautiful Dark Twisted Fantasy"

Kanye West scrive musica tanto tentacolarmente disordinata quanto lo è in effetti la sua vita. Quando ltiga con Matt Lauer (giornalista televisivo della NBC, ndr) o continua a postare a raffica su twitter, kKnye stava costruendo la sua epica hip-hop, quella delle canzoni pieni di gesta memorabili che possono essere create solo attraverso i tentativi di un pazzo o di un talento selvaggio. Più Kanye ammassa – sezioni di archi, assoli di pianoforte di Elton John, follie da vocoder, camei di Bon Iver, campionamenti dei King Krimson e Rick James – più la sua diventa dannatamente squisita. Mai Kanye era stato così ironico prima d’ora (Have you ever had sex with a pharaoh?/I put the pussy in a sarcophagus") o così profondo riguardo alle sue relazioni-errori mastodontici. Dal prog rock tonificante di Power passando per la grandezza spettrale di Runaway e la mutevole bellezza di Hell of a Life, ha fatto sembrare tutta l’altra musica ripetitiva e monotona. L’album è scuro? Certo. Contorto? Sicuramente. Ma soprattutto è bello.


Voi che ne dite?

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